ricordando

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VADO E TORNO – Forse diverso l’esito

SALA ESPOSIZIONI PANIZZA, GHIFFA (VB) - A CURA DI UBALDO RODAI - TESTI DI FULVIO TOMASI E STAFANIA BURNELLI PRESENTAZIONE DI UBALDO RODARI - “Seguo la via e ne diviene Solco lungo il Solco entro nel Sogno attraverso stanze e piani (S)Conosciuti SPROFONDO afferro il Segno e proseguo nel Sogno Solco il sogno e ne faccio Segno e diviene FATTO FORSE DIVERSO L’ESITO” FULVIO TOMASI E', forse, Trieste una patria ideale dell'incisione. L'azione incessante, millenaria, dell'acqua e del vento, le contese irrisolte, ormai secolari, della Storia e della coscienza collettiva e individuale, ne determinano la vocazione di città-laboratorio. Un laboratorio a cielo aperto del linguaggio e del pensiero, del tempo che incide il paesaggio e lo spirito, del gesto che imprime le superfici fin negli strati profondi, latenti, della materia. Chi vi nasce artista, ne risente, anche senza volerlo. Fulvio Tomasi è triestino, è artista, è incisore. Segni e solchi, erosioni e morsure, sono per lui una lingua madre, coltivata con passione negli anni della formazione, perseguita con tenacia nel maturare del gusto e del giudizio, raffinata con ostinazione nella pratica quotidiana. E il suo mondo d'artista, oggi, Tomasi lo decifra a modo suo, senza intendere, con questo, sciogliere l'arcano: “Seguo la via e ne diviene Solco lungo il Solco entro nel Sogno attraverso stanze e piani (S)Conosciuti SPROFONDO afferro il Segno e proseguo nel Sogno Solco il sogno e ne faccio Segno e diviene FATTO FORSE DIVERSO L’ESITO”. Una suggestione che procede per piani ana-logici della parola e della visione e che rende appieno l'equilibrio dinamico, vertiginoso, la tensione curiosa, vibrante, del suo segno d'artista, del suo linguaggio calcografico. Un linguaggio laborioso, paziente, di maniacale perizia, che coniuga micro-tessiture di solchi e macro-campiture di spazi, in un insolito, non facile, doppio tempo tra gli spiragli del segno e i confini distesi della visione. Il gesto calligrafico dell'artista insegue sulla lastra tracciati insidiosi tra la leggerezza del sogno e la profondità della psiche, ritma e scandaglia l'ombra e la luce, sonda e definisce in itinere l'identità e il senso dell'intero lavoro. Senza per questo chiudere le porte all'imprevisto. Ne nascono, sulla carta, scenari intermedi, tra il reale e l'onirico, enigmatici ed enigmistici, dove nulla è rassicurante eppure tutto ci invita ad entrare, a percorrere la visione fino in fondo, tra passaggi segreti, strade senza uscita, inattese vie di fuga. Sono narrazioni surreali, metaforiche, giochi di specchi "un po' cerebrotici", come ama definirli l'artista, che affondano le radici nell'ambiente di frontiera cui appartiene e si nutrono di certa grafica fumettistica e pubblicitaria di sapore retrò e di eclettici modelli filosofico-letterari che vanno dal Kybalion a Svevo a Bradbury. La mostra percorre in sintesi l'esito di una ricerca tecnica e stilistica ventennale, che ha sviluppato codici personali fortemente caratterizzati e che continua a riconoscersi nell'incisione calcografica come linguaggio d'elezione. Tra ironia e introspezione, tra narrazione e astrazione, la selezione di carte esposte restituisce la passione e la padronanza con cui Tomasi conduce il lavoro sulle matrici, l'azione delle punte, il dosaggio degli acidi, i passaggi in torchio e a stampa. Nel gioco finissimo delle gradazioni di tono, negli accorti passaggi di luce, nell'espressività duttile di un segno che sa infittirsi e diradarsi con notevoli effetti di trasparenza e di profondità , si rileva il fascino tecnico di un'indagine che ama giocare con i meccanismi dello sguardo e della visione e, prima ancora, con quelli della coscienza e dell'inconscio. STEFANIA BURNELLI
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VADO E TORNO – 4 passi in posti strani

SPAZIOARTE VIAMORONISEDICI, BERGAMO, 2015 - TESTO E PRESENTAZIONE DI STEFANIA BURNELLI - “L’incisione mi piace perché scava un solco. E’ un lavoro lento, come il lavoro dell’acqua nel Carso che si apre grotte e gallerie. Come il lavoro della mente quando riflette su di sè”. E’ triestino, Fulvio Tomasi, e di Trieste ha la complessità identitaria e l’apertura alla pluralità dei mondi, reali e immaginari. Coscienza e inconscio, percezione sensibile e proiezione onirica, si intrecciano indissolubili nelle sue acqueforti che prendono vita attingendo alle forme della visione individuale e alle icone della cultura popolare, alle vertigini della psiche e alle angosce collettive. Con il sorriso, però, dell’ironia, dell’allusione ammiccante e surreale. E con la sapienza di chi la calcografia la pratica come una lingua madre. Le carte restituiscono la perizia quasi maniacale con cui l’artista conduce il lavoro sulla matrice, nel gioco raffinatissimo delle gradazioni di tono, negli studiati passaggi di luce, nell’espressività straordinaria di un segno che si dirada e si addensa con notevoli effetti di trasparenza e profondità. Il linguaggio di Tomasi, popolato di creature e orizzonti che invano tentano di ordinare il caos e codificare il sogno, spalanca le soglie dell’immaginazione e ci congiunge con i meandri della psiche. Dovunque, occhi che spiano, che sfuggono, che stanano, che indagano, tra quotidiane insidie di relazione e ansie di isolamento. E occasionali chimere metamorfiche figlie della notte e del giorno, dell’incubo e della routine. L’occhio tutto insegue, sulle scie di vertiginosi, calligrafici percorsi percettivi, tra curiosità, dilemmi, evasioni e paradossi di un universo che spesso e (mal?)volentieri si riduce a un microcosmo, intessuto di allusioni poco rassicuranti e di inattese prospettive di fuga. Anche il titolo della mostra, “Vado e torno - 4 passi in posti strani”, strizza l’occhio a modo suo a chi osserva, cercando una complicità familiare con le diversioni di tutti. Le sue carte, tra astrazione figurata e grafica fumettistica, si reggono formalmente sull’equilibrio dinamico tra figura e sfondo, ottenuto con un lavoro lento e paziente sulla lastra, estremamente calibrato nell’uso dei segni e delle morsure, che può durare dei mesi. “Mi sono appassionato all’acquaforte per curiosità e mi sono accorto che questo linguaggio ce l’avevo dentro – spiega Tomasi. “L’erosione è un tema che in me ricorre, l’idea cioè che da una forma piena si creano nel tempo spazi vuoti”. Sono lavori “un po’ cerebrotici”, come ama definirli l’artista, che affondano le radici nell’ambiente “di frontiera” cui appartiene, in modelli filosofico-letterari tra l’esistenzialismo, la psicologia, la fantascienza, dal Kybalion, a Svevo, a Bradbury, in riferimenti estetici-artistici come i comics degli anni Trenta e la grafica pubblicitaria e d’arte come le prospettive ingannevoli di M.C. Escher. L’arte di Fulvio Tomasi delinea, con eleganza e leggerezza, lo spazio onirico della mente e della visione e sfida con intelligenza il carattere ambivalente della realtà, il non detto che rimane sotto la superficie della comunicazione e dietro la facciata delle cose. STEFANIA BURNELLI
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15 x 1 RIEPILOGO

CAFFE' STELLA POLARE, TRIESTE, 2015 - TESTO DI MELANIA LUNAZZI - La profondità del lavoro di un artista sta anche nella molteplicità di messaggi che esso veicola in sé. E tanti sono i messaggi quanti sono gli occhi che si posano su quell'opera e i suoi livelli di lettura. Chi si sofferma sulle linee, chi sulle forme, chi sui volumi o sulla composizione, chi sull'interpretazione, chi sui passaggi chiaroscurali che toccheranno meglio le proprie corde. Inevitabilmente l'opera di un vero artista è pregna del vivere dello stesso e la vita, quella di ognuno di noi, è imprevedibile. I nostri gesti e le nostre azioni quotidiane nel flusso del mondo seguono linee a noi misteriose. Questo è uno dei motivi per i quali l'opera di Tomasi si presta alla sottolineatura di diversi temi su diversi livelli di lettura. I primo piano c'è la sua vita e la sua analisi del mondo, rielaborata per frammenti nello spazio di un foglio bidimensionale, prevalentemente attraverso il bianco, il nero e talvolta le sfumature che ci sono fra questi. Il suo linguaggio è cavallo tra figurativo e non figurativo, a metà strada tra i due. Ci sono poi alcuni elementi che riportano alla presenza umana, parti del corpo come i soli occhi, elemento ricorrente, i volti, le mani e a volte gli stessi corpi. La scelta stilistica è data da un segno aguzzo, a volte geometrico, con una leggera prevalenza della linea spezzata e dello spigolo più che della linea curva o ondulata. Uno degli strumenti espressivi è poi il mero gioco tra immagine e parola. Attraverso la parola lo stesso Tomasi tende a suggerire una o più chiavi di lettura, con distacco e circospezione Si tratta infatti di un suggerimento che lo stesso artista esprime in forma dubitativa e la sua interpretazione sta a latere del significato vero dell'opera, volutamente. L’autore vuole e al tempo stesso NON vuole rivelarsi del tutto, anche se vorrebbe quantomeno rivelarsi a sé stesso. E qui la componente autoironica, tanto quanto quella tenebrosa (oscura) giocano un ruolo fondamentale: i sorrisini, gli ammiccamenti seduttivi degli occhi, il guardare e l'essere guardati. Ecco perché alle volte il linguaggio di Tomasi sconfina in una mescolanza di reale e onirico, in cui convivono il fuori e il dentro, le scaglie di rame della lastra incisa e ambientazioni irriconoscibili, senza possibilità di identificazione precisa. Emerge una lotta all'interno dell'opera di Tomasi, la lotta della ricerca delle forme da dare al lavorio. E spesso questo si traduce in linee spezzate, o si riverbera in onde. Il limine, il confine tra un'interpretazione e l'altra, tra disperazione furente e ironia pungente non è mai precisamente definito. MELANIA LUNAZZI
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CHIARI E (O)SCURI. Di forma bianco e nero, di fatto non si può mai dire

SALA COMUNALE D'ARTE, TRIESTE, 2013 - TESTO E PRESENTAZIONE DI MELANIA LUNAZZI - Chiari e (o)scuri. Di forma bianco e nero, di fatto non si può mai dire La profondità del lavoro di un artista sta anche nella molteplicità di messaggi che esso veicola in sé. E tanti sono i messaggi quanti sono gli occhi che si posano su quell'opera e i suoi livelli di lettura. Chi si sofferma sulle linee, chi sulle forme, chi sui volumi o sulla composizione, chi sull'interpretazione, chi sui passaggi chiaroscurali che toccheranno meglio le proprie corde. Inevitabilmente l'opera di un vero artista è pregna del vivere dello stesso e la vita, quella di ognuno di noi, è imprevedibile. I nostri gesti e le nostre azioni quotidiane nel flusso del mondo seguono linee a noi misteriose. Questo è uno dei motivi per i quali l'opera di Tomasi si presta alla sottolineatura di diversi temi su diversi livelli di lettura. I primo piano c'è la sua vita e la sua analisi del mondo, rielaborata per frammenti nello spazio di un foglio bidimensionale, prevalentemente attraverso il bianco, il nero e talvolta le sfumature che ci sono fra questi. Il suo linguaggio è cavallo tra figurativo e non figurativo, a metà strada tra i due. Ci sono poi alcuni elementi che riportano alla presenza umana, parti del corpo come i soli occhi, elemento ricorrente, i volti, le mani e a volte gli stessi corpi. La scelta stilistica è data da un segno aguzzo, a volte geometrico, con una leggera prevalenza della linea spezzata e dello spigolo piu' che della linea curva o ondulata. Uno degli strumenti espressivi è poi il mero gioco tra immagine e parola. Attraverso la parola lo stesso Tomasi tende a suggerire una o più chiavi di lettura, come anche per il titolo di questa mostra dove è in ballo la sfumatura semantica e concettuale tra diverse definizioni - scuri/oscuri, chiari/bianchi o sereni - e tra queste e la percezione o la psicologia della percezione, tra soggettivo e oggettivo. Ma di tratta di un suggerimento, che lo stesso artista esprime in forma dubitativa e la sua interpretazione sta a latere del significato vero dell'opera, volutamente. L’autore vuole e al tempo stesso NON vuole rivelarsi del tutto, anche se vorrebbe quantomeno rivelarsi a sé stesso. E qui la componente autoironica, tanto quanto quella tenebrosa (oscura) giocano un ruolo fondamentale: i sorrisini, gli ammiccamenti seduttivi degli occhi, il guardare e l'essere guardati. Ecco perché alle volte il linguaggio di Tomasi sconfina in una mescolanza di reale e onirico, in cui convivono il fuori e il dentro, le scaglie di rame della lastra incisa e ambientazioni irriconoscibili, senza possibilità di identificazione precisa. Emerge una lotta all'interno dell'opera di Tomasi, la lotta della ricerca delle forme da dare al lavorio. E spesso questo si traduce in linee spezzate, o si riverbera in onde. Il limine, il confine tra un'interpretazione e l'altra, tra disperazione furente e ironia pungente non è mai precisamente definito. Di fatto, come recita l titolo della mostra, non si può mai dire. MELANIA LUNAZZI
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TESTUALI PAROLE

LAFELTRINELLI, UDINE, 2013 - TESTI DI FULVIO TOMASI E MELANIA LUNAZZI - PRESENTAZIONE DI MELANIA LUNAZZI Nel corso della mia produzione artistica e nello specifico incisoria, iniziata ormai diversi anni fa, il titolo, o comunque un certo aspetto testuale è sempre stato ed è tuttora una componente fondamentale del mio lavoro. Un titolo può avere un’importante funzione complementare all’opera e di conseguenza partecipare in modo attivo alla lettura(e) della stessa. Può essere una singola parola, una frase, un aforisma, sino talvolta a riassumere un quasi minimo racconto. Così nei miei lavori faccio sempre attenzione al titolo; che nella maggior parte dei casi arriva in modo molto spontaneo come già fosse presente (e talvolta lo è in maniera cosciente) in qualche recesso della mia mente sin dall’ideazione dell’opera. La mostra si propone di porre l’accento su questo aspetto selezionando quelle incisioni (quasi tutte eseguite con tecniche calcografiche come l’acquaforte) dove il titolo è più preponderante e significativo. Esponendo quindi dei lavori dove “il titolo” sia presente anche come elemento grafico oltre che concettuale. Fulvio Tomasi, 8 novembre 2012 Non è sempre semplice da cogliere. Tomasi attinge ad un repertorio personalissimo, che nel corso degli anni, dopo una partenza con una figurazione di matrice fiabesca, ha avuto un'evoluzione sempre più astratta e frammentata. I mondi di Tomasi vivono in un limbo sospeso tra fiaba e incubo, sono viaggi nella mente, visualizzazione di stati d'animo, proiezione di desideri e pensieri nascosti che indagano a fondo nelle paure e nelle indecisioni umane, ma sono anche risoluzioni ironiche e distaccate delle umane debolezze. Viaggi della mente dunque, che rielaborano timori ancestrali e complessità delle umane debolezze passando attraverso una dimensione onirica e simbolica. Sensibile e attento, il suo linguaggio rimane ancorato, per scelta, alla elaborazione della bidimensionalità. Nel profondo si va con le idee e con le parole, usate come cartina di tornasole, legante e chiave di lettura. Il viaggio si ferma in un titolo, si traduce in parole e allo stesso tempo trova forma e si risolve nello scavo della lastra. Trucioli, lamine di metallo sottilissime e spigolose, che a volte si accumulano come scaglie grattuggiate e vengono inglobate nella figurazione come parte attiva della stessa. Quelle scaglie sono vita per Tomasi, sudore, impegno continuo, legame con la materia. E questa materia, essendo limitata e limitante, obbliga a sforzo e concentrazione: è lì che deve confluire il viaggio della mente, un viaggio che è passato prima per l’esperienza della quotidianità, poi per la rielaborazione onirica dell’inconscio e infine è rimasto attaccato nei frammenti scomposti e apparentemente senza senso della visione a occhi aperti, che ragiona e osserva, lucida e a volte spietata, ma anche ironica e pacata, e muove la mano sulla lastra, cercando di fermare e tradurre il messaggio con centinaia di migliaia di segni infinitesimali. Un messaggio che a volte è come polvere di trucioli che ci si vuole scrollare di dosso, a volte distillato di saggezza, a volte spunto per ripartire e rileggere nuovamente la realtà con uno sguardo nuovo e privo di condizionamenti esterni, a volte è la via di salvezza. E’, in Tomasi, pura visione. Un risultato - e Tomasi ce lo dice attraverso opere come Risultante, Derivante, Cio’ che esce. E’ cio’ che fa l’arte: restituire un mondo altro, filtrato attraverso l’occhio del suo creatore, l’artista. Bidimensionalità e fortissima immaginazione, non descrizione realistica. Per scelta manca un’ambientazione riconoscibile, riconducibile in pieno alla realtà, proprio come avviene nei sogni. Le situazioni sono ribaltate, c’è spesso un dentro e un fuori, ombra e luce e vuoto e pieno sono complementari, con una rappresentazione del non visibile accostata a singoli elementi figurativi che vagano in vortici, galassie o ambienti di architetture inesistenti. La figura umana e quella animale - o un loro surrogato - sono a volte presenti, ma più spesso sono brandelli selezionati di quelle figure, soprattutto occhi e bocche, a occupare lo spazio del foglio e a tradurre simbolicamente stati d’animo molto complessi o forse difficili da riconoscere in ciascuno di noi. Accanto a questi elementi, distribuiti sul foglio con pari peso e valore, gioca un ruolo tutt’altro che secondario, diciamo pure fondamentale, la parola, che suggerisce e unisce. La parola diventa a volte, come in questa mostra, parte integrante della figurazione, viene a sua volta inglobata e visualizzata, sottolinea e ribadisce il messaggio “guadagnato” dal lavorìo cerebrale. Oppure visualizza quel processo che non ha condotto ad una facile conclusione l’immagine scavata sulla lastra e l’ha lasciata in sospeso, con un gran bruciore di meningi: It burns, Qualcosa mi sfugge, Pasiòn, Brains’s eye, Non è giornata, Un cuore sperduto, Mi si surriscalda. Dunque non è sempre semplice, ma quando fila tutto liscio, fanno di nuovo capolino esserini ammiccanti e giocosi, che sono l’evoluzione dei fiabeschi e morbidi animaletti presenti nelle opere degli anni Novanta, come nella trilogia de La Creazione, tra le ultime opere realizzate. Un tema biblico trattato con ironia e leggerezza. Melania Lunazzi
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SOLCANDO GLI ANNI

MUSEO D'ARTE MODERNA UGO CARA', MUGGIA (TS), 2011 - TESTI IN CATALOGO DI FULVIO TOMASI E MELANIA LUNAZZI - PRESENTAZIONE DI MELANIA LUNAZZI - Solcando gli Anni Il termine solcare, in questa eccezione, acquisisce quattro significati, diversi tra loro ma in qualche misura complementari. Solcare in quanto segnare, scavare la lastra per ottenere la matrice calcografica. Incidere nella mente per creare delle vie di pensiero piuttosto che altre. Solcare come significato di navigare attraverso un qualcosa, in questo caso il tempo o un periodo della nostra vita. Infine, come richiamo alle terre da cui provengo e vivo, il concetto di erosione carsica. Che è comunque un togliere materia per poi ottenerne dell'altra. FULVIO TOMASI, FEBBRAIO 2011 - Verso quali lidi starà mai navigando un cuore sperduto, immerso nel buio di un oceano senza fine? Eppure, saldo nel mezzo di una traballante zattera alla deriva, pare vigilare sulla propria rotta. E, nonostante tutto, senza paura. Una misteriosa fonte di luce illumina, infatti, il suo erratico galleggiare e si riverbera attorno, delineando un vortice dall’andamento trapezoidale (le onde delle sue pulsazioni?). Una delle recenti lastre realizzate da Fulvio Tomasi, Cuore sperduto appunto - ispirato ad una poesia di Donatella Bartoli -, imprime sulla carta, come molte di quelle datate 2009, un’immagine in avanzato stato di astrazione, che il titolo dato dall’autore aiuta in parte a decriptare, fornendo qualche appiglio alla realtà, qualora ce ne fosse bisogno. Non ne siamo così sicuri, però. Inseguire i percorsi e le direzioni delle linee incise sulla lastra risulta a ben vedere un gioco di per sé coinvolgente, a prescindere dall’identificazione con precisi soggetti. E purché armati di fiducioso e sensibile trasporto mistico. Quel cuore-trapezio ha dunque una sua ragion d’essere, puramente formale e compositiva, ma anche profondamente emotiva. E naturalmente simbolica. Lo ritroviamo mascherato sotto altre figurazioni, apparentemente veicolo di altri significati, in diversi lavori di Tomasi: si fa Luna nera al centro di misteriose orbite, tra gorghi di luci siderali, perno e attrazione di un universo di volumi tridimensionali. Diventa quinta di scenario aperto in Passato prossimo, guscio o cornice del dinamismo vitale di Io cresco e Si aprono nuove prospettive, pugno minaccioso in It’s hard! e così via. Per questo, di volta in volta, viene connotato da sfumature che lo rendono simbolo di movimento nello spazio, indicatore di direzione e quindi di linee di energia o tensione, oppure involucro difensivo - a seconda che i suoi spigoli siano più o meno smussati. Ne è passato di tempo, da quando il prevalere di una figurazione più realistica (El neverin, 1994) o le dolci rotondità di morbidi e pelosi esseri fantastici (Embé, Vis a vis, entrambi del 1995) si offrivano o ammiccavano con - solo apparente - facilità di lettura all’occhio del riguardante, occupando la maggior parte del foglio. Ne ha tracciati di solchi la punta. Lastra dopo lastra, linea dopo linea, punto dopo punto. Ma davvero si tratta dello stesso artista? Ci si chiede ad una prima occhiata. Eppure, a ben guardare, la distanza colmata presenta degli elementi di fondo che non sono poi così estranei fra loro. Con dei ritorni di fiamma verso la figura, seppure fortemente stilizzata. D’altra parte la storia dell’arte del Novecento offre diversi esempi di artisti che, da una partenza figurativa, hanno poi spiccato il salto verso la frantumazione della forma, la selezione e l’estrapolazione di pochi elementi e, graduali procedimenti di astrazione, via via sempre più spinti - come Picasso, per citare uno dei primi e forse il più grande. E Fulvio Tomasi ha l’età giusta per l’astrazione estrema, da artista vero che conosce a fondo le dinamiche interne del disegno, che le ha scavate a fondo - SOLCATE NEGLI ANNI - alla ricerca di una autentica originalità di linguaggio. Se poi a questo si unisce una evidente propensione per il pensiero sottile, per l’indagine introspettiva delle dinamiche umane, e il segno se ne fa veicolo, allora le sorprese sono sempre molte. Così, si scopre che il movimento e l’andamento circolare - seppure in presenza di linee spezzate - di Chi semina vento raccoglie tempesta, Non è giornata, Grazie, preferisco di no, Luna nera - portano messaggi di un’energia compressa, di rabbia contenuta - dominata e compresa - di un ruotare vano. Un ritorcersi, consapevole, contro sé stessi. Senza momentanea via d’uscita. Ma poi l’escamotage si trova. Arriva per intuizione, arriva per gioco. O perché deve arrivare. E così nascono The Exit, Cio’ che esce, Come nuovo, Espandendosi o il già citato Io cresco, dove si afferra quella sensazione di cauto ottimismo, quel giusto nutrimento dell’anima che si dilata indisturbata, il distillato del pensiero, fecondo di istanze. Non senza una bonaria autoironia. Le possibili vie di lettura delle opere di Tomasi sono davvero tante, con alcuni soggetti ricorrenti. Un tema che ritorna nel tempo è legato all’idea di calore eccessivo, che sposta nuovamente l’ago della bilancia esistenziale verso l’inceppamento momentaneo, verso la fusione dannosa o la pesantezza, che impedisce il movimento: lo si vede in Mi si surriscalda, Erosione, Si suda, It burns, dove l’elemento dell’occhio va dall’estrema sua similitudine con un uovo fritto al suo completo sprofondamento, per fusione, nell’orbita oculare di una testa rovesciata all’indietro (quella di un pensatore esaurito?). Ma, in molti altri casi, proprio l’occhio - spesso staccato dal resto del corpo - si riappropria di un ruolo attivo, catturando il fuoco dell’attenzione. Anche grazie al suo biancheggiare - che è quello, a risparmio, della carta - nel mare dei passaggi chiaroscurali e dei netti contrasti tra luce ed ombra. Il senso della vista, la pratica dell’osservare, l’idea di sbirciare o vigilare, quella di svelare, sono il tema dominante di opere come Ci si vede, Ohi là là!, Vado o Non vado?, - non senza creare un leggero senso di inquietudine giocosa o, all’opposto, di ironia dubitativa nella situazione che ne scaturisce. E poi il repertorio linguistico di Tomasi si muove su più livelli: ad esempio i neri non sono mai completamente tali. Contengono un’infinità di linee, segni, simboli - come la freccia -, accuratamente selezionati al fine di creare effetti di ombra e luce. Una texture formale infinitesimale che dialoga con il senso dell’intera composizione, un mondo dentro un altro mondo. Dal piccolo al grande. E, a proposito di grande, non si può non notare che nelle sperimentazioni degli ultimi mesi, Tomasi ha realizzato diverse lastre di grande formato. Anche molto grande: come L’ultimo spettacolo (2011) in cui la presenza di una prospettiva lineare e l’inserimento di diverse componenti figurative, regalano un momentaneo ritorno all’ordine e alla calma. MELANIA LUNAZZI
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SI APRONO NUOVE PROSPETTIVE

SPAZIO OLIM, BERGAMO, 2009 TESTI DI FULVIO TOMASI E STEFANIA BURNELLI - PRESENTAZIONE DI STEFANIA BURNELLI - Si Aprono Nuove Prospettive Dove portano esattamente ben non è dato di sapere. Possono presentarsi in qualsiasi momento ed in ogni contesto, anche se Troppo spesso si è troppo occupati in consuetudini mentali. Così talvolta vanno via e non si sa se tornano più tardi. FULVIO TOMASI, FEBBRAIO 2009 - Conversazione con Fulvio Tomasi In un’epoca e in un paese come il nostro in cui l’incisione non ha facile riscontro di pubblico, perché questa scelta di campo? Mi sono Appassionato all’acquaforte per curiosità e mi sono accorto che questo linguaggio ce l’avevo dentro. I miei lavori sono un po’ “cerebrotici”: è una questione di carattere ma anche di ambiente. Ho origini in parte slave e vivo a Trieste, città si Svevo e della psicanalisi, terra di confine e un po’ dell’est, per certi versi kafkiana. L’incisione mi piace perché essa stessa incide, scava un solco, è un lavoro lento, come il lavoro dell’acqua nel Carso che si apre grotte e gallerie. L’erosione è un tema che in me ricorre, l’idea cioè che da una forma piena si creano nel tempo spazi vuoti. E un lavoro analogo fa la mente quando riflette su di sé. Realtà e fantasia, concretezza e sogno. I tuoi lavori sembrano cercare una verità al di là dell’apparenza delle cose. Che ruolo gioca l’arte in questo? Tendo a filtrare la realtà attraverso la fantasia. Gli aspetti visionari della mia arte mi consentono di manipolare la realtà che si offre ai nostri occhi in un modo e di leggerla e proporla all’osservatore da un altro punto di vista. La realtà non si dà allo sguardo immediatamente, ma attraverso un filtro, e questo filtro siamo noi. C’è bisogno di un taglio diverso sulle cose, uno sguardo laterale e decentrato, perché la drammatizzazione fine a se stessa ce l’abbiamo tutti i giorni davanti, basta accendere la tv. La mia arte surreale sfuma la realtà nella visione e ne vuole suggerire nuove chiavi di lettura. Prendo spunto da un tuo lavoro, EXIT. L’arte come fuga? L’unico spazio per fuggire è nella tua testa: e lì, o impazzisci o sublimi con la creatività. Non so se l’artista è fortunato o no, senz’altro sente un disagio e ha bisogno di elaborarlo. Certo, trovare la via d’uscita, varcare la soglia di altri mondi non è rassicurante, perché si perde l’ordine consueto del reale. Ma “Ciò che esce” è comunque qualcosa di liberatorio, che tende a riscattarci da qualcosa che è dentro di noi, prima che all’esterno. Gli ostacoli spesso sembra vengano dal di fuori, ma siamo noi ad assegnare pesi e misure alle cose: è così che queste si fanno vincolanti. L’artista sublima tutto ciò. Non è detto poi che nel mondo reale non rimanga traccia del suo mondo immaginario. Anzi, tracce di film, di libri, di miti noi tutti ce le portiamo dentro, diventano consuetudine, dimensione quotidiana, “realtà” condivisa. L’arte contemporanea ci ha abituato ai “senza titolo”. Nei tuoi lavori il nome dell’opera è in dialettica necessaria e costante tra te, l’osservatore e l’elaborato stesso. Mi sembra che inneschi un gioco quasi “linguistico” con l’interlocutore. Sì, per me l’arte è un alternativa al linguaggio delle parole, rinchiude in sé più cose, più funzioni, più punti di vista. La mia arte direi che ha valenze enigmistiche, supplisce alla parola. Apre interrogativi più che dare risposte: perché la domanda la sappiamo, la risposta non è detto... e magari è una risposta temporanea, che va bene oggi e non funziona più domani. C’è qualcosa di vignettistico nel tuo tratto, pur senza entrare nell’illustrazione o nel taglio narrativo. Il fumetto è senz’altro una mia componente, un linguaggio che mi appartiene da un punto di vista generazionale. E’ un codice molto forte, di impatto diretto, specialmente il fumetto più stilizzato. Anzi, più il tratto è semplice ed essenziale, più contiene cose e significati e più è riconoscibile. Queste carte sono popolate di creature ammiccanti, insidiose, che si prendono gioco di noi, ma in fondo senza troppa cattiveria… Vogliono essere un po’ dissacratorie, di un’ironia acuta e provocatoria. Ma non sarcastica. La satira si consuma troppo rapidamente, ha vita breve e contingente, mentre l’arte per me deve cercare quel poco di universalità che per natura già ci è negata. Perciò anche l’ironia non può essere troppo pesante ma leggera e leggibile sempre. Questi lavori più che un messaggio – che può anche durare un giorno – mi piacerebbe lasciassero un retrogusto, come il vino. La storia mostra che periodicamente si commettono gli stesi sbagli.. ma ne aumenta sempre di più l’entità, perché la scala dei fenomeni è ormai industriale e globale, anche per i disastri. Lo sguardo pungente e un po’ inquietante delle mie creature è in fondo un altro modo per guardare ai nostri errori. Che importanza ha l’aspetto tecnico nel tuo lavoro? L’incisione è prima di tutto tecnica perché ci sono dei passaggi imprescindibili. I miei lavori hanno bisogno di lunghi tempi di fattura: da uno a tre mesi. In parte perché tendo a queste costruzioni mentali piuttosto elaborate, in parte perché alcune lastre passano nell’acido anche cinque – sei volte, per seguire i diversi starti e ottenere gli effetti che cerco. Ultimamente, partendo sempre da qualcosa di molto meditato, sto cercando di conferire un aspetto più gestuale al lavoro. Trieste. Quanto conta nella tua arte la città dove vivi e lavori? Trieste è la città della psicanalisi. La città della bora che a volte soffia anche per sette giorni di fila, e che incide sull’umore e sui pensieri della gente. La città degli antichi fasti asburgici, dove il passato continua a tornare come un orologio rotto, fermo ai tempi di una perduta grandezza mitteleuropea. E’ una delle città che più stampa libri su se stessa e dove la gente vive disagi ereditati e non ancora risolti. Senz’altro l’ambiente di cui sono figlio incide su questa mia già naturale propensione all’introspezione e alla riflessione sulla psiche e i meccanismi della coscienza. STEFANIA BURNELLI
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DAL PROFONDO

ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA, LJUBLJANA, SLOVENIJA, 2007 - TESTO DI FULVIO TOMASI - Dal profondo Come tracce di un qualcosa in apparenza oscuro e caotico, affiorano. Da abissali profondità di cui non si intuisce la fine, affiorano. Dalla successione, lungo tortuosi cunicoli e imponenti meandri, di stanze in connessione, emergono in superficie porzioni di mondi. Come istantanee di una qualche rappresentazione teatrale. Da voragini, ferite talvolta, aperte su di una superficie appiattita e degradata, in cui ancora, a chi lo desideri e ne accetti le difficoltà, è consentito viaggiare e scoprire. FULVIO TOMASI, 28 NOVEMBRE 2006 - FROM DEEP ITALIAN CULTURAL INSTITUTE, LJUBLJANA, SLOVENIJA, 2007 - From Deep Like traces of something apparently dark and chaotic, they surface. From abyssal depths, whose end you don’t feel, they surface. From the succession of connected rooms, along tortuous tunnels and stately meanders, parts of worlds appear on surface. Like snaps of a certain theatrical performance. From chasms, sometime wounds, open on a flattened and degraded surface, where it is permitted, for those who wish and accept its difficulty, to trip and discover. FULVIO TOMASIi, NOVEMBER 28th 2006
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Lo SGUARDO sull’EROSIONE - L’EROSIONE nello SGUARDO

KOSOVELOV DOM, SEZANA, SLOVENIJA, 2006 - TESTI DI FULVIO TOMASI E MAURIZIO LORBER - INTERVENTO CRITICO DI MAURIZIO LORBER - Forse uno dei motivi dominanti più in evidenza come filo conduttore nonchè a caratterizzare gran parte dei miei lavori sin dall’inizio e fino ad oggi è costituito dalla figurazione dell’occhio. Organo evoluto direttamente dal cervello e con cui è in stretta relazione, parla e racconta storie, sentimenti, stati d’animo e situazioni. Occhio che analizza e scansiona la realtà della materia visibile e le correlate implicazioni analizzandone sia soggettività che oggettività. Occhio che scova gli spazi tra le pieghe del visibile e ne va a sviscerare le stratificazioni più profonde. Occhio che indaga l’apparentemente invisibile e scende ad esplorare gli abissi e i recessi dell’io. Come una goccia d’acqua, dopo aver percorso e preso misure a successioni di pozzi e labirintici spazi comunicanti, scava lentamente ma caparbiamente ed inesorabilmente nella compattezza della dura roccia e, per sottrazione, va a ricavare e modellare nuovi volumi di spazio. FULVIO TOMASI.1 MARZO 2006 - Accostare l’immaginario onirico e perturbante al surrealismo spiega in parte la ricerca di Fulvio Tomasi, non priva di echi letterari ravvisabili nell’incisione “Perturbazioni” ove, confondendo animali, uomini ed esseri antropomorfi, si richiamano alla mente le immagini di H.P.Lovecraft. Modello di riferimento è Odillon Redon che, anziché ricorrere ad effetti di straniamento, evoca un inconscio nel quale governa la legge del metamorfico. Dalle elaborazioni risalenti agli anni Novanta (“El neverin”) palesemente simboliche, a quelle più recenti che battono strade più complesse sulla dissoluzione delle icone e sulla ibridazione organica ed inorganica, fino alle ultime proposte minimaliste e metalliche, Tomasi non abbandona mai l’iconismo per approdare ad esiti non figurativi. Ma, dal suo punto di vista, l’interpretazione del mondo dell’inconscio si ritrae da qualsiasi forma di soluzione: il mondo interiore è una sciarada che non vuole e non deve essere interpretata ma deve soltanto essere vissuta in tutta la sua contraddittorietà. Quest’inventiva immaginifica non è pensabile su di un orizzonte della spiegazione poiché la posta in gioco non è il mondo delle forme e dei suoi significati ma le gole carsiche dei recessi mentali più insondabili. Tuttavia risulta significativo che l’icona più presente in queste immagini sia quella dell’occhio. E’ proprio attraverso la visione che il nostro inconscio acquisisce le particelle iconiche elementari della sua rappresentazione. Questo mondo fatto di immagini resiste alle nostre esplorazioni, nella sua primitività angosciante, come un labirinto senza centro e senza uscita che moltiplica se stesso attraverso l’interpretazione. Forse per tale motivo la ricerca di Tomasi si sta muovendo con un progressivo lavoro del togliere. Dopo l’horror vacui dei suoi lavori meno recenti è subentrata una riflessione sugli spazi vuoti abitati da poche figure riassorbite dal buio profondo. Nell’ultimo approdo “Ci si vede” predominano le ombre: ultimi residui della materia di cui sono fatti i nostri sogni. MAURIZIO LORBER - The LOOK over EROSION The EROSION into LOOK, KOSOVELOV DOM, SEZANA, SLOVENIJA, 2006 - TEXT BY FULVIO TOMASI AND MAURIZIO LORBER - CRITICAL PRESENCE: MAURIZIO LORBER - Going against the wind is not always an affectation or a mere rebellious act. Taking a different perspective, we may simply follow a path that is familiar to us, though it goes against the wind. Therefore, what makes our way harder is the wind, and not the path itself that goes against a set course. Where I was born and live, a strong wind blows, the Bora . At times it is a light breeze, in the summer, which relieves form a suffocating heat and refreshes the air, but in the winter the Bora is higher and stronger, it blows forcefully in penetrating and icy gusts, biting your body and even your mind and soul after a few days. At times, when it rains as well, this wind covers with ice everything it encounters. Thus, if you need to get out and do your things there's no choice but learn and live on a course that does not necessarily follows the wind. Perceiving the puff of wind and adapting your body position to it, according to the direction and the strength it blows, that becomes a sort of an unconscious skill, until you bump into a particularly strong blast of wind, then the two forces clash and for a short while one feels like suspended; and then again forward, with one's collar turned up, struggling along. And after all, the matter is recognising one's image in the mirror, provided that there is an image in the mirror... FULVIO TOMASI, MARCH 1st, 2006 - Put near oneiric and uncanny imaginary to surrealism partialy explain Fulvio Tomasi research. Not devoid it of echoes literaries recognized in etching “Perturbations” where, mistaking animals, humans and anthropomorphic beings, they draw to mind H.P.Lovecraft images. Odillon Redon is the landmark which, instead by estranging effects, evoke an unconscious where metamorphic law govern. From Ninetie’s elaborations (“El neverin”) obviously symbolics to those more recent beat ways more complex about icons dissolution and on organic and unorganic hybridization, until to last minimal and metallic proposal, Tomasi don’t never leaves iconism for come to not figurative results. But, from his point of view, interpretation of unconscious world shrink from any solution form. Interior world is a charade don’t wants and don’t musts be explained yet it musts be lived only by all its contradiction. This imaginative inventiveness don’t is thinkable on explanation horizon since the game at stake don’t is only forms and its sense yet Karstic gorge of unfathomablest mental recesses. But it result meaningful that presentest icon in these images is eye. It’s just by vision who our unconscious acquires basic iconic particles of its representation. This world made by images resist to our explorations, into its distressing primitive, like labyrinth without centre and without exit, it multiply itself by interpretation. Maybe for this reason Tomasi research is going to progressive cut work. After horror vacui of his less recent works it’s succeeded a reflection about empty spaces lived with few figures reabsorbed from deep dark . In last landing-place “See You” shadows predominate: last matter remaining make up our dreams. MAURIZIO LORBER
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CONTROVENTO

GALLERIA “IL QUADRATO”, CHIERI (TO), 2005 - TESTI DI FULVIO TOMASI E PATRIZIA FOGLIA - INTERVENTO CRITICO DI ANNA ROSSO - Non sempre collocarsi a procedere controvento corrisponde ad un vezzo o ad un atto di ribellione. Guardando la cosa da un'altra visuale può essere che, semplicemente, il percorso da noi intrapreso e nei confronti del quale nutriamo una familiare consapevolezza sia appunto controvento; quindi è il vento a contrastare e a rendere difficile il nostro cammino e non quest'ultimo per forza di cose a collocarsi in senso contrario ad un "testato" procedere. Nelle terre dove sono nato e vivo, spesso soffia un forte vento chiamato Bora. Talvolta si presenta leggero d'estate sotto forma benevola che alleggerisce l'afa e rigenera l'aria ma d'inverno, quando è più attivo e cattivo, arriva prepotente con raffiche penetranti e gelide che ti tagliano il corpo e, quand'è insistente per diversi giorni, anche la mente e lo spirito. Altre volte si accompagna all'acqua nelle sue svariate forme sino a modellare il ghiaccio su ciò che incontra. E così se vuoi uscire e occuparti delle faccende della tua vita diventa per forza di cose necassario imparare, facendone mestiere, a procedere anche lungo percorsi che non hanno propriamente il vento in poppa. Intuire e sentire il refolo adattandone la postura del corpo a seconda della direzione e dell'intensità diviene quasi un'inconsapevole disciplina e quando il colpo dell'aria si presenta in forma particolarmente violenta le due forze quasi si annullano e per un breve istante sembra di restare come sospesi nel proprio camminare; poi di nuovo avanti, con fatica, bavero alzato, curvi ora di quà ora di là. E poi alla fine diviene un fatto di riconoscere la figura che si vede quando si è davanti allo specchio; sempre che nello specchio ci sia una qualche figura... FULVIO TOMASI, 2 DICEMBRE 2004 - Controvento: la realtà di Fulvio Tomasi Esistono davvero diversi modi di vedere la realtà: quello oggettivo, legato alla ragione e solo talvolta sensibile agli aspetti più spirituali dell’esistenza; un altro idealista, che attribuisce ad ogni evento, ad ogni esperienza un valore quasi esclusivamente emozionale. C’è poi un modo che di ogni lato della vita, di ogni sentimento provato, sa cogliere il senso profondo in chiave ironica, a tratti fantasiosa, mai disperante, sempre alla ricerca del significato più vero. E’ il modo di chi della vita indaga le profondità, tralasciando la superficie frivola e spesso menzoniera, l’aspetto esteriore e a volte scontato. E’ il modo di vedere di Fulvio Tomasi. Se nei mulini a vento don Chisciotte vedeva dei giganti, Tomasi vede al di là delle cose, restituendone una visione magica, fantastica che, per dirla con Calvino, “non finisce mai di dire ciò che ha da dire”. Le sue opere sono occhiate sagaci dietro le quinte di una realtà che sa essere falsa al punto da diventare insopportabile, al punto di tradire se stessa in miriadi di illusioni. Provocatorio e moralista? Sicuramente no, perché Tomasi propone soltanto una riflessione su se stesso e sugli altri, su ciò che lo circonda, senza assurgere a fustigatore dei costumi ma richiamando ognuno davanti a quello specchio – di cui egli stesso parla- che è il nostro alter ego, la nostra vera identità e con essa la realtà tutta. Ad interessare sono allora i rapporti tra l’io più profondo e la società, tra l’Essere sincero e il mondo in cui vive, i continui, mirabolanti e inquietanti labirinti in cui una mente attenta indaga senza lasciarsi travolgere e condizionare. Ci guarda con occhio vispo e provocatorio il Macchinista, mentre ci si meraviglia – Wow: Guruz- o ci si lascia attrarre – Mi si surriscalda. Nel Giro d’aria ci si può invece perdere dietro a pensieri inutili – Dov’è l’uscita?- e trovare una risposta solo alla fine – L’Uscita- seguendo un accattivante segnale. A volte è possibile provare anche rabbia, in un Vortice in cui è meglio non entrare, ma a tratti c’è anche incantevole poesia – El Neverin. Tomasi ha un innato senso del meraviglioso, una spiccata fantasia, una sapiente maestria: parla dell’incisione come del mezzo a lui più congeniale, e sembra di rileggere Baudelaire quando scrive che questa forma d’arte è quella che meglio di ogni altra sa tradurre il carattere più vero di un artista. Carattere che lascia tuttavia spazio a chi si accosta alle sue opere di interpretarle, di leggere i mille simbolismi sottesi, i mille messaggi, quel lato nascosto delle cose che difficilmente siamo in grado di cogliere. Nelle sue opere si possono leggere i legami sottili che esistono tra cose, animali, esseri umani, parti di un tutto in continua involuzione: chiamati ad elevarci rispetto alla mediocre visione del mondo, ci ritroviamo invece a prendere per vera quella realtà costruita solo su apparenza, qualunquismo ed ingiustizia. Nel teatro del mondo siamo tutti immancabili protagonisti o comparse, con un copione già scritto. Tomasi non è pessimista: in lui non troveremo mai rassegnazione e i suoi personaggi, nella follia della vita, ci guardano di soppiatto, scrutando nel profondo, con piglio beffardo carico di forza espressiva. Ribelle, saggio, ironico, scanzonato e nel medesimo tempo emozionante e raffinato, Tomasi sa che delle cose ciò che conta non è l’apparenza ma ciò che si nasconde dietro di esse. Personaggi fantastici, animali umanizzati, astri che irrompono su città irreali sono le immagini di una ricerca che è umana ed artistica, che è conquista di uno stile assolutamente personale, che non ha maestri se non la curiosità, la ricchezza interiore, la voglia di mettersi continuamente in gioco. PATRIZIA FOGLIA - AGAINST THE WIND "IL QUADRATO” GALLERY, CHIERI (TO), ITALY, 2005 - TEXT BY FULVIO TOMASI AND PATRIZIA FOGLIA - CRITICAL PRESENCE BY ANNA ROSSO - Going against the wind is not always an affectation or a mere rebellious act. Taking a different perspective, we may simply follow a path that is familiar to us, though it goes against the wind. Therefore, what makes our way harder is the wind, and not the path itself that goes against a set course. Where I was born and live, a strong wind blows, the Bora . At times it is a light breeze, in the summer, which relieves form a suffocating heat and refreshes the air, but in the winter the Bora is higher and stronger, it blows forcefully in penetrating and icy gusts, biting your body and even your mind and soul after a few days. At times, when it rains as well, this wind covers with ice everything it encounters. Thus, if you need to get out and do your things there's no choice but learn and live on a course that does not necessarily follows the wind. Perceiving the puff of wind and adapting your body position to it, according to the direction and the strength it blows, that becomes a sort of an unconscious skill, until you bump into a particularly strong blast of wind, then the two forces clash and for a short while one feels like suspended; and then again forward, with one's collar turned up, struggling along. And after all, the matter is recognising one's image in the mirror, provided that there is an image in the mirror... FULVIO TOMASI, DECEMBER 2nd, 2004 - Against the wind: the reality by Fulvio Tomasi There are different ways to look at reality: an objective point of view, rational and rarely sensitive to life’s more spiritual aspects; an idealist point of view, ascribing a mainly emotional significance to any event, any experience in life. Furthermore, there is a perspective which gives any aspect of life, any feeling an explanation which is ironical, even bizarre, but never desperate, ever looking for the real meaning of things. The latter belongs to those who look under the surface, leaving out the frivolous and misleading characters, the outward appearance that is often given for granted. That is Fulvio Tomasi’s point of view. While Don Quixote saw giants in windmills, Tomasi looks beyond, providing a magical, fanciful vision which, in the words by Italo Calvino, “never exhaustes what it has to say”. The works by Tomasi give a sagacious look behind the scenes of a reality that is fake and unsustainable, to the point of betraying itself in a number of illusions. Is he provocative and moralist? Definitely not, because Tomasi suggests a mere reflection upon himself and the others, on what surrounds him, without criticizing but rather drawing each one before the mirror he speaks of – our alter ego, our second self and reality as a whole. What matters, therefore, is the relation between the inner self and society, between the true being and the world it lives in, the never-ending, complicated and alarming labyrinths where an attentive mind wanders without being overwhelmed or influenced. The spectator is struck by the provocative and bright eyes of Il Macchinista (the Engine Driver), is surprised by Wow: Guruz, or is attracted by Mi si surriscalda (Overheating). Giro d’aria (Draught), instead, gives free rein to useless thoughts – Dov’è l’uscita? (Where’s the exit?) – and finds an answer in the end – L’uscita (The exit) – by following a captivating signal. At times there is even rage, in a Vortice (Vortex) were entrance is not recommended, but at times there is also an enchanting poetry – El Neverin. Tomasi has an innate sense of the marvellous, a vivid imagination, good skills: engraving is the form that better suits him, and he recalls Baudelaire when he writes that this form of art is the one that better than any other can report the artist’s personality. However, there is room for interpreting his works, for reading the symbolism that underlies them, the messages, the hidden side of things that is often difficult to seize. His works portray the subtle links between things, animals, human beings, parts of a whole in involution; instead of going beyond an ordinary vision of the world, we take for serious a reality which is based on appearance, indifference and injustice. On the world stage we are all leading or supporting actors, with a predetermined script. Tomasi is not a pessimist: there is no resignation and his characters, in the madness of life, look covertly at us, searching in depth, with a sneering expression. Tomasi is rebellious, wise, ironic, carefree and at the same time thrilling and refined; he knows that what matters is not the outward appearance but what it hides. Imaginary characters, humanized animals, stars on fantastic towns are the imagines of a quest that is both human and artistic, which is the achievement of an extremely personal style, that is led by curiosity, inner richness, willingness to stake oneself. PATRIZIA FOGLIA
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LE INCISIONI DI FULVIO TOMASI

SALA CIVICA - BRIVIO (LC)
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L'USCITA

CENTRO DELL'INCISIONE ALZAIA NAVIGLIO GRANDE, MILANO, 2003 - TESTI DI FULVIO TOMASI E CHIARA GATTI - INTERVENTO CRITICO DI CHIARA GATTI - Proviamo ad immaginare un singolo elemento di una struttura (l'essere umano) ed ora proviamo ad immaginarla questa struttura composta da tanti di questi elementi incastonati gli uni con gli altri (la società). Quindi ogni elemento è a contatto con degli altri elementi (sfera familiare e sociale dell'individuo). Così come egli colloca e codifica con dei parametri di riconoscimento gli elementi che lo circondano a loro volta ognuno di questi elementi compie questa operazione su di lui. Col tempo questi parametri si solidificano e formano un legante refrattario ai cambiamenti. Ma il problema non sussiste sino a chè l'elemento non coltiva la consapevolezza di questo meccanismo occlusorio. Gli elementi che si limitano a svilupparsi e ad evolversi in quanto tali, hanno sicuramente i loro specifici problemi da elemento ma non questo, poichè non lo riconoscono o se lo fiutano fanno finta di niente e da bravi tetragoni tuttologi lo rimuovono accuratamente. Così l'elemento contestatore ha un problema in più: ma come lo può affrontare? La sua stessa natura ne limita i confini. Forse...l'immaginazione evidenzia il problema, l'immaginazione risolve il problema. FULVIO TOMASI, 20 GENNAIO 2003 - Visioni dell'altro mondo "C'era una volta un regno. Una terra sospesa fra realtà e immaginazione. Estesa fra il profilo aguzzo di montagne invalicabili e l'orizzonte aperto di un mare senza nome". Potrebbero iniziare in questo modo le mille storie tracciate dalla punta sottile e dal tratto raffinato di Fulvio Tomasi, incisore triestino. Anche se le sue montagne, un nome, l'hanno; e il suo mare pure. Dalle cime frastagliate delle Dolomiti ai lidi orientali dell'Adriatico, le favole di Tomasi portano, infatti, con sé il sapore magico delle leggende locali e il retrogusto amaro dei vecchi proverbi. Favole inzuppate di vita che lui ama raccontare così. Con dolcezza e ironia. Guardando alle cose con l'occhio curioso e il sorriso sarcastico di chi vuole scoprire dietro cosa c'è. Quello che ne viene fuori è un mondo inatteso, dominato da inquietudini e fantasie; dove l'amore ha il volto di un re che ha sacrificato per esso il proprio regno (Domani non più) e la paura veste la maschera di un fantoccio che ci osserva nel sonno e ci fa, nell'incubo, stringere gli occhi e lo stomaco (La Pesantola). Popolati di figure visionarie, di animali fiabeschi e creature bizzarre, i racconti di questo giovane cantastorie beffardo si rivelano immagini emblematiche, figurazioni cariche di simbolismi, piccole parafrasi delle più assurde follie, delle manchevolezze che fallano, ogni giorno, il sipario, nella pièce dell'umana esistenza. E, dietro le quinte, ecco allora una realtà che ha smesso i costumi dell'apparenza e svela ogni inganno. Verità indigeste che Tomasi affronta con garbo, senza clamori né denunzie aperte, ma esemplificandone il senso attraverso il suo immaginario di novelle allegoriche, affollate di personaggi dalle smorfie grottesche e dalla mimica eccessiva che sbuffano, borbottano, strabuzzano gli occhi e fanno capolino fra i pertugi bui di costruzioni instabili. Satirico sì, ma con ottimismo. "Sferzare per esorcizzare" sembra, in questo senso, lo slogan di una considerazione personalissima, maturata in bilico fra zelo e divertissement. Di una ricerca dai riflessi esistenziali che non affligge, ma aiuta a comprendere vizi e magagne e a cercare di porvi rimedio col piglio ironico di chi può ancora riderci su. Stati d'animo, sensazioni, idee, dubbi e piccole manie si materializzano così in figure, ora buffe ora conturbanti; personificazioni stralunate del nostro modo d'essere al di là d'ogni finzione. C'è, allora, chi guarda agli altri di sottecchi e con fare truffaldino (Un simbolico gatto), chi ama starsene in disparte e denunciare ogni violazione della privacy (Embè?!) o chi, invece, preferisce affrontare ogni cosa a faccia aperta, senza mediazioni di sorta (Vis-à-vis). Un popolo, insomma, di metafore indovinate che hanno occhi grandi "per vederci meglio" e sorrisetti maliziosi che sigillano facili bugie. Da che parte stiano i buoni e da quale i cattivi, Tomasi non lo dice, e forse neppure lui lo sa. Tuttavia ci mette in guardia dagli onesti propositi e dai giusti sentimenti e, nella caotica, inesauribile dinamica del "pesce grosso che si nutre del più piccolo" (Vortice), suggerisce una via d'uscita: cercare, cioè, l'altro capo del filo d'Arianna. Andare diritti allo scopo, scegliere la strada più breve e non sprecare, nel tragitto, troppe parole (Giro d'aria). "Parole a vuoto" che lui dice alimentino "pensieri a vuoto", distrazioni pericolose sulla strada del senso, da percorrere a testa bassa, senza lasciarsi intimorire dalle presenze misteriose che registrano ogni mossa, pronti a braccarci al primo passo falso. Presenze che sono occhi degli altri; occhi indiscreti, occhi insistenti, occhi impiccioni. Nuovi protagonisti di favole sempre più inquietanti, di storie per adulti, dove la magia ha lasciato spazio all'amarezza e il tratto morbido di quel sofisticato lavoro di cesello, che un tempo indugiava sulle criniere soffici di felini e affabili tigrotti, s'è fatto rigido e severo, calibrato nelle infinite varietà di grigi che modulano le superfici in fuga di complesse architetture. In giochi alternati di ritagli di luce e d'ombra sulla lastra, prende forma così un castello di carta fragilissimo e senza spessori, dove, fra archi e cunicoli oscuri, si muovono figure totemiche e silenziose (In sospeso), icone sinistre di un'ultima, verissima, fiaba. CHIARA GATTI - THE EXIT ETCHING CENTRE ALZAIA NAVIGLIO GRANDE, MILAN, ITALY, 2003 TEXT BY FULVIO TOMASI AND CHIARA GATTI - CRITICAL PRESENCE BY CHIARA GATTI - Let's try to image a single element of a structure (the human being) and let's try now to image this structure made of these elements set each other (the society). Then every element is in contact with other elements (individual family and social sphere). As he sets and codifies with some acknowledgment parameters the elements that surround himself, so everyone of this elements achieves his operation over him. In time this parameters solidify and shape a refractory body, not prone to change. But the problem does not subsist until the element does not cultivate awareness of his occlusion mechanism. The elements limit themselves to develop and evolve like that, will surely have their specific element's problems but not this, since they not recognize it or if they smell it, they act like nothing never happened and like steadfast sapients they accuratly remove it. So the challenger element has one more problem, but how can he face it? Its own nature limits its borders. Maybe...imagination marks the problem, imagination resolves the problem. FULVIO TOMASI, JANUARY 20 th, 2003 - Visions from the other world "Once upon a time there was a kingdom. A land suspended between reality and imagination. A land stretching from the sharp outline of impassable mountains and the open horizon of a nameless sea". This could be the beginning of the thousand stories created by the light ink and refined touch of Fulvio Tomasi, an engraver from Trieste. But his mountains do have a name, and his sea as well. From the jagged mountain tops of the Dolomites to the eastern shores of the Adriatic sea, Tomasi's tales carry with them the magic flavour of local legends and the bitter aftertaste of old proverbs. This is the way he loves telling his stories full of liveliness, with sweetness and irony, looking at things wit the curious eye and the sarcastic smile of who wants to find out what lies beneath. What comes out is an unexpected world, dominated by anxiety and imagination, where love has the countenance of a king who has sacrificed his kingdom for it (Domani non più); and fear wears the mask of a puppet observing us while we are sleeping and, during our nightmares, making us tighten our lips and stomach (La Pesantola). Crowded with visionary characters, fairy-tale animals and odd creatures, these young, mocking story-teller's tales become emblematic images, representations laden with symbolisms, little paraphrases of every sort of absurd madness, of the imperfections appearing every day in that pièce which is human existence. And, behind the scenes, there exists a reality which has taken off the clothes of appearance, thus revealing all deceptions. Tomasi faces these indigestible truths with grace, without sensation or public accusations, by illustrating their sense through his imagery of allegoric stories, crowded with creatures making grotesque grimaces, miming excessively, panting, mumbling, rolling their eyes and coming out from the dark holes of unstable constructions. He is satiric, but with optimism. In this sense, "shaking to exorcise" might be the slogan of his very personal reflections, swinging between zeal and divertissement, of an existential quest which is not afflictive but helps to understand vices and defects and tries to find out a remedy, with the ironic attitude of someone who is still able to laugh at them. Thus, moods, feelings, ideas, doubts and little manias materialize in shapes that are now funny, then perturbing; goggled personifications of our way of being beyond every pretence. There is, then, who looks at the others furtively and in a cheating way (Un simbolico gatto), who prefers to stay on his own, denouncing every invasion of privacy (Embè?!) or who, on the contrary, prefers to face everything frankly and without mediation (Vis-à-vis). A multitude of well-chosen metaphors, then, with big eyes "to have a better sight", and mischievous smiles concealing easy lies. Tomasi does not tell us which side are the good and which side are the bad, perhaps he does not know either. However, he warns us even of good intentions and right feelings and, in a world dominated by the chaotic, inexhaustible law of "the big fish eating the smaller one" (Vortice), he suggests a way out, that is, finding the other end of Ariadne's thread. This means going straight to the point, choosing the shortest way and not wasting too many words (Giro d'aria), sort of "empty words" which come to nothing and nourish "empty thoughts", dangerous deviations from the real meaningful way. We have to run along this way humbly, without being frightened by the mysterious presences recording all our movements and ready to punish us when we take a false step. These presences are the others' eyes: inquisitive eyes, insistent eyes, meddling eyes. There are new protagonists in these more and more disquieting stories, adult stories where the magic element has made way for bitterness and where the soft touch of that refined chasing work, which used to linger over the manes of felines and nice tiger cubs, has become strict and severe, more balanced, among the countless varieties of grey nuances modulating the fleeting surfaces of complex architectures. In this way, with a play of light and shade, an extremely fragile, thicknessless paper castle assumes a shape; a castle where, amid arches and tunnels, silent and totemic creatures are wandering (In sospeso), sinister icons of the last, wholly true, tale. CHIARA GATTI
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L'INTROSPEZIONE DEL FUORI

BIBLIOTECA STATALE ISONTINA, GORIZIA, 2001 - TESTI DI FULVIO TOMASI E CRISTINA FERESIN - INTERVENTO CRITICO DI CRISTINA FERESIN - La mente assimila, codifica, filtra, ricompone e rimette in circolo. Operando in questo modo essa si sviluppa e si espande, interagendo e partecipando all'evoluzione della struttura esterna. Questo la mente attiva. E quella passiva? La mente passiva assorbe ed emana senza processare. Solitamente la mente passiva possiede la verità; più limitato è il raggio della sua sfera e più grande è la sua verità. La mente passiva vive di se stessa, subisce la struttura costituita e la codifica come qualcosa di inamovibile. La mente passiva è costantemente preoccupata di omologare secondo il suo metro tutto cio che riesce a toccare; altrimenti potrebbe sorgere il dubbio e ciò ne potrebbe minare la dogmatica certezza. Di conseguenza il movimento nueronale diventerebbe troppo intenso e ciò implica impegno e fatica. Ma l'artista che fa? L'artista usa (o dovrebbe) le sue doti nell'unico modo in cui non gli si possono ritorcere contro. Si pone ai margini e muovendosi lungo questi esplora, facendole proprie ma senza appartenervi, le righe. Scansiona l'oggettivo, lo scompone e lo processa; lo mescola con il soggettivo, fa dialogare le due componenti (talvolta su una lama sottile e affilata) ed invia nella struttura le derivanti. FULVIO TOMASI, 10 SETTEMBRE 2001 - Il segno scorre fitto e continuo, elabora paesaggi fantastici e mondi sconosciuti; elementi umani, animali, vegetali si assemblano in un turbinio di forme che richiamano racconti lontani e leggende popolari. Inquietanti e quasi minacciosi, occhi che scrutano e bocche spalancate emergono dai fondi, così minuziosamente progettati, quasi barocchi , che stordiscono e affascinano allo stesso tempo. Le incisioni di Fulvio Tomasi sono una continua narrazione, un incessante raccontare, anche quando sono composte da un'unica figura, ma soprattutto aprono un universo che va oltre l'umano vedere. E' un gioco mentale che si nutre dell'immaginario, che fa leva sulle pulsioni più nascoste, su incubi abituali che ci sfiorano quotidianamente. Attratti e respinti contemporaneamente siamo però sedotti da queste immagini, così ricercate, così fortemente connotate da un tratto insistente e marcato, dalla ricercatezza dell'impianto compositivo che in ogni grafica si fa portatore di messaggi più o meno espliciti. C'è una particolare propensione per gli animali e le infinite possibilità che i loro visi e corpi possono dare in fase di trasformazione da normale essere vivente a essere sovrumano, quasi dotato di particolari poteri. Le loro espressioni a volte si induriscono fino a mutare le sembianze in mostruose fattezze, a volte evidenziano il lato più delicato e "umano" di questi animali che arrivano a fare "simpatia" grazie ad uno sguardo ironico e divertente. Ma non mancano maschere e folletti, re e principesse non più ricondotti ad un mondo incantato ma protagonisti di vicende visionarie ed allucinate. Fantasia unita ad una forte immaginazione, capacità di elaborazione e abilità tecnica sono il punto di forza di Tomasi che nell'introspezione, continua e costante, trova i punti fermi della sua arte. CRISTINA FERESIN, NOVEMBRE 2001 - THE INTROSPECTION OF THE OUTSIDE, BIBLIOTECA STATALE ISONTINA, GORIZIA, ITALY, 2001 - TEXT BY FULVIO TOMASI AND CRISTINA FERESIN- CRITICAL PRESENCE BY CRISTINA FERESIN - Our mind assimilates, encodes, assesses, reassembles and puts again into circulation. As it works in this way, it develops and expands, taking part and interacting in the evolution of the external structure. This is what an active mind does. And what does a passive mind do? A passive mind absorbs and sends out its product without processing it. A passive mind usually possesses the truth; the more limited its sphere of action, the wider its truth. A passive mind lives on itself, is subjected to the established structure and encodes it as something immovable. A passive mind is constantly concerned about standardising to its yardstick everything it manages to deal with, otherwise doubt might arise and undermine its dogmatic certainty. If this happened, its neuronal movement would become too intense and imply commitment and hard work. So, what does the artist do? The artist uses (or at least should use) his talent in the only way it cannot turn against him. Being an artist means just this. The artist places himself at the margins and, moving along, explores the lines; he takes hold of them but does not belong to them. The artist scans the objective, breaks it up and processes it; then he blends the objective with the subjective, makes these two elements communicate (sometimes on a thin, sharp blade) and sends the deflected lines to the structure. FULVIO TOMASI, SEPTEMBER 10th, 2001 - The strokes run thick and uninterrupted, framing imaginative landscapes and unknown worlds. Human, animal and vegetable components are assembled in a flurry of shapes, calling to mind distant tales and folk legends. Alarming and almost menacing staring eyes and gaping mouths emerge from the backgrounds, which are so minutely planned, almost Baroque, that they stun and charm at the same time. Fulvio Tomasi's etchings are a continuous narration, a never-ending story, even when they are made up of a single figure. Above all, they open out a universe that goes beyond human understanding. It's a mental game: it is fed by the imagination and plays on the most hidden pulsions, the usual nightmares that touch us day by day. We feel attraction and rejection at the same time, but we are also seduced by these images, so refined and strongly connotated with a persistent and emphasized stroke. We are also charmed by the refinement of the compositional framework, which becomes the bearer of more or less explicit messages in all works. Tomasi has a peculiar bent for animals and for the countless possibilities that their faces and bodies can allow as they undergo a transformation. Indeed, ordinary living creatures become superhuman beings, almost endowed with special powers. Sometimes, their expressions grow harder till their features come to mould hideous faces. Other times, their expressions highlight the most delicate and "human" side of these animals, which come to inspire a liking, thanks to their ironic and amusing glance. Tomasi's works do not lack masks or elves, kings or princesses, but these are no longer part of an enchanted world. They are the main characters of visionary and hallucinating adventures. His fantasy, along with his vivid imagination, and his skills in the elaboration and in the execution of his works are his strong points. In his continuous and constant introspection he finds the fixed points of his art. CRISTINA FERESIN, NOVEMBER, 2001
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BESTIALE

NUOVA SALA DELL'AZIENDA DI PROMOZIONE TURISTICA DI GRADO E AQUILEIA, GRADO (GO), 2001 - TESTO DI FULVIO TOMASI - La mostra è dedicata agli animali ed in particolare alle sottili relazioni che intercorrono tra l'uomo e gli animali. Animali che appaiono in gran parte della mia produzione; talvolta da protagonisti, altre volte come comprimari, non sempre riconoscibili in quanto tali. Per alcuni che se ne sono andati, altri li hanno sostituiti. Si sono sviluppati ed evoluti per milioni di anni sino a raggiungere un'incredibile varietà di forme, tipologie e colori. Ogni tappa evolutiva, ogni cambiamento ha sempre risposto alla necessità di equilibrare, di mettere a punto il Meccanismo. Il suo progredire non è altro che una continua messa a punto. Ad ogni più piccola modifica ne è sempre corrisposta un'altra e un'altra ancora per far sì che il Motore funzionasse sempre a dovere. Motore, che nel tempo è divenuto via via più sofisticato e complesso (pur mantenendo gli stessi principi). Poi è arrivato LUI; dal portamento eretto, nobile, intelligente, buono, generoso, pacifico a contrapporsi ad una natura violenta e ingrata. Natura, che aveva proprio bisogno di qualcuno che ne dominasse quelle disdicevoli tendenze anarcoidi ed antiumane. Forte dei mirabolanti risultati ottenuti; ora l'Essere Supremo pensa di avere il diritto e di essere in grado di mettere le mani nel Motore. Tanti Auguri. FULVIO TOMASI, 28 MAGGIO 2001 - BESTIAL NEW SHOWROOM OF THE AZIENDA DI PROMOZIONE TURISTICA DI GRADO E AQUILEIA, GRADO (GO), ITALY, 2001 - TEXT BY FULVIO TOMASI The exhibition is dedicated to animals, particularly to the subtle relations existing between man and animals. Animals are featured in most my production, at times as protagonists, at times as supporting actors, not always recognisable as such. Some have left and others have taken their place. They have developed and evolved over many millions of years, reaching an unbelievable range of shapes, types and colours. Every stage of evolution, every change, have always met the need for balancing and setting up the Mechanism. Its making progress is nothing but a constant setting up. The slightest change has always been followed by another one, over and over again, to make sure that the Engine kept working properly. In time, the Engine has become more and more sophisticated and complex, while continuing being governed by the same principles. Then came HE, in his upright stance, noble, intelligent, good natured, generous and pacific, and opposed to a violent and ungrateful nature. A nature which, indeed, needed somebody who dominated its unseemly pseudo-anarchist and anti-human tendencies. Relying on the astounding results he has obtained, now the Supreme Being believes he has the right and the capability to put his hands in the Engine. Best wishes. FULVIO TOMASI, MAY 28th, 2001
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ANCORA LORO

LIBRERIA IN DER TAT, TRIESTE, 2000 - Da circa otto anni mi esprimo con la grafica, ed in particolare con l’incisione e non sento assolutamente il bisogno di smettere o di cambiare. O meglio, mi intriga non poco la consapevolezza delle possibilità offerte dalla tecnologia digitale; intesa non come sostituzione di qualcosa ma come un’ulteriore evoluzione dei mezzi. Sono del parere che la tecnologia informatica rappresenti una delle più importanti rivoluzioni del nostro tempo. Ciò che non so è se il malefico bipede sarà capace di afferrare le potenzialità positive di questa ulteriore opportunità di miglioramento o se al solito si mangerà un’ulteriore pezzo d’anima. Il discorso è sempre lo stesso: la macchina à al mio servizio o io vivo in funzione di essa? Perché distruggo la casa che mi ospita e mi nutre corpo e mente; salvo poi riprodurla artificiosamente sia come entità fisica che virtuale? La mia logica mi suggerisce che potrei tranquillamente (comunque tra gioie e dolori s’intende) vivere della terra, dei suoi prodotti e nella giusta misura anche dei prodotti creati dai suoi abitanti (intelligenti?). Ovvero, la questione è dove focalizziamo la nostra attenzione. L’animale a due gambe, invece di superare una volta per tutte l’egocentrico infantilismo che lo pervade, come sua abitudine continua a essere intimamente convinto che l’universo esista per soddisfare la sua pochezza e i relativi complessi. Ho l’impressione che questa ulteriore abbuffata di tecnologia lo stia rendendo più scemo e presuntuoso del solito. Prima si è creato uno o più Dei a Sua immagine e somiglianza; adesso, non contento di ciò, probabilmente sta pensando al “fai da te”. Magari mi sbaglio, ma il pacco potrebbe essere dietro l’angolo. L’ho presa abbastanza larga, ma penso che più che spiegare il mio lavoro debba sviscerare (almeno in parte) il mio pensiero. L’incisione come tecnica, perché rappresenta una parte del passato che non è proprio da buttare e perché nel suo svolgersi lento e solitario mi permette di nutrire ulteriormente i miei più o meno deliri mentali. In conseguenza di ciò il taglio dei soggetti è fantastico e cerco di creare delle situazioni in cui i limiti tra elementi umani, animali, vegetali e strutturali non siano sempre ben definiti; in modo da dare più piani di lettura omogenei e complementari tra loro. In questo mi può aiutare la ricerca della forma intesa come estetica e amalgama. Tra l’altro con l’intento di suscitare a mia volta curiosità ed esplorazione. FULVIO TOMASI - TRIESTE, 28 MARZO 2000 - I have been expressing myself through graphics, and especially through engravings, for about eight years now, and I do not absolutely feel like giving up or changing my job. Indeed, I get quite charmed by the awareness of the chances offered by digital technology: a kind of technology which represents further means evolution, not replacement of something. I believe that computer technology is one of the most important revolutions in our time. What I do not know is whether the baleful biped will be able to grasp the positive potentialities of this additional chance of improvement or whether he will as usual eat himself up another piece of soul. The arguments are always the same: is the machine at my disposal or do I live depending upon it? Why do I destroy the house which is lodging me and feeling me body and mind? Unless I then reproduce it artificially both as a physical entity and as a virtual one? Logically speaking, I guess I could easily live -of course among joys and sorrows anyway- thanks to the land, to its produce and, with measure, also thanks to the products created by its inhabitants (intelligent ones?). Or rather, the question is what we focus our attention upon. Instead of overcoming once and for all the self-centred infantilism which is pervading him, as out of habit the two-legged animal keeps being intimately persuaded that the Universe exists in order to satisfy his littleness and its correlated complexes. I get the feeling that whilst increasingly stuffing himself with technology, he becomes sillier and more conceited than usual. At first, he created one or more Gods in his own image and likeness; at present, unhappy with that, he is presumably thinking of the “do-it-yourself”. Maybe I am mistaken, but the swindle could just be around the corner. I have approached the subject in a roundabout way, but I guess that instead of explaining my job, I had better examine- at last partially- my way of thinking. I deal with technical engraving: because this represents a part of the past which one should not forget and because, in its slow and lonely unfolding, it lets me nourish my rough mental frenzies further on. Consequently, the cutting of my subject is a fantastical one and I try to create some situations where the limits between human, animal, vegetable and structural elements are not always clearly definited: in this way I am able to offer several levels of interpretation which are homogeneous and complementary among one another. In such a kind of task, I may be helped by the research of form, meant as aesthetics and amalgam. Moreover, all this is carried out trying to stir up in turn curiosity and exploration. FULVIO TOMASI – TRIESTE, MARCH 28th, 2000
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COLPI DI SOLE

"THE FASHION CAFE'" - SPILIMBERGO (PN), 1999 - TESTO DI FULVIO TOMASI - Come riferimento più immediato: l'estate con i suoi colori, ma soprattutto "Colpi di Sole" è dedicato a quegli stati di alterazione mentale che taluni sfogano creando qualcosa (un'opera d'arte ad esempio); altri con una notte più o meno brava, con più o meno amici; altri in altri modi ancora e tanti, troppi (veramente un esercito) colti da mistico fervore o da delirio di onnipotenza o più semplicemente da fame di zeri sul conto in banca, molestando le sfere di tutti gli esseri viventi animali o vegetali che siano, nella convinzione di possedere la divina investitura per regolare la vita altrui, il mondo e il moto dei pianeti del sistema solare. Anzi no, dell'universo. FULVIO TOMASI, 1999 - SUN STROKES "THE FASHION CAFE'', SPILIMBERGO (PN, ITALY, 1999 - TEXT BY FULVIO TOMASI - As an immediate suggestion: summer with its heatwaves, but most of all "Sun Strokes" is dedicated to those altered mental states that someone lets out creating something (i.e. works of art), someone else by making a night of it with more or less friends, some others in many ather ways, and many, too many (really an army) caught by mystical ardour or by almightiness' frenzy or, even more simply, by hunger for zeros on the bank account, vexing all living beings, whatever animal or vegetable, with the intimate conviction of possessing divine investiture to guide others' life, the world and the solar system planets' motion. Better, the universe. FULVIO TOMASI, 1999
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LA RISULTANTE LEGGERA

ART POINT, FIRENZE, 1997 - TESTI DI FULVIO TOMASI E STEFANIA CARROZZINI - La risultante leggera Può questa essere una definizione corretta per circoscrivere il concetto di Arte? Possiamo intendere l’Arte come un’essenza, un prodotto della materia che, elevandosi al di sopra di essa, ne bilanci il peso gravitazionale? Non che sia possibile né auspicabile estraniarsi totalmente. Il vincolo, per quanto esile possa essere a momenti è una costante necessaria. Ed ecco allora l’Arte come risultante metafisica e quindi leggera. Idee e pensieri che scaturiscono dalle pieghe della realtà materica presente, compiono un loro ciclo evolutivo parallelo e alfine, ricomposti in inedite configurazioni, fanno ritorno alla materia. FULVIO TOMASI - L’estetica preferisce occuparsi di solito del bello, del sublime, dell’attraente, ossia degli stati d’animo positivi anziché dei sentimenti contrari. Fulvio Tomasi, artista incisore, si cimenta invece con entrambi i due aspetti della questione cercando di far convivere la bellezza appunto con questi cosiddetti sentimenti contrari. Le sue opere si caratterizzano per una accesa fantasia visionaria che attrae subito l’occhio dello spettatore. E’ un mondo attraversato dal “perturbante”, un mondo che ci turba in quanto la comunicazione si pone tra ciò che è rimosso ma nel contempo ci è familiare. Fulvio Tomasi si è appropriato, nel corso della sua ricerca, di una corrente narrativa dal realismo impregnato di fantastico, in cui sono “di casa” il sogno e lo spavento, un sogno percorso da incubi in cui è il linguaggio inconscio a dettare le regole del gioco. Avviene sempre qualcosa nei quadri di Tomasi; le fiabe, le leggende da cui lui trae spunto sono solo un pretesto per familiarizzare con aspetti celati del nostro esistere. In queste proiezioni visionarie, dettate dall’inconscio che si serve delle immagini per definire un proprio linguaggio, è soprattutto lo sguardo degli strani personaggi a farsi cifra espressiva del lavoro dell’artista. La sue incisioni sono popolate da occhi: tutti si guardano e vengono a loro volta guardati come in un sottile rimando di specchi, in un atteggiamento di sorpresa a metà tra l’incubo e lo stupore. Ecco apparire nel cielo il ghigno di un essere felino a metà strada tra l’animale e l’uomo che attraversa e sconvolge la notte. Ecco bocche bulimiche e spalancate, gravide di mistero e, ancora, gli sgurdi, così ravvicinati da invertire le regole di un’accettabile distanza. L’universo rappresentativo di Fulvio Tomasi chiama in causa la paura, una paura così profonda e primordiale, una paura “dentro” che emerge allo scoperto grazie alla capacità di tradurla in immagine, di renderla comprensibile a sé e agli altri. In una notte che sembra non finire mai è sempre attraverso gli occhi che noi possiamo intuire che qualcosa è successo, una traccia esistenziale ci parla per allusioni di una ragione che colloquia sempre, ed è qui la sua forza, con il fondo irrazionale. STEFANIA CARROZZINI – MILANO, 24 NOVEMBRE 1997 - THE LIGHT RESULT ART POINT, FLORENCE, ITALY, 1997 - TEXT BY FULVIO TOMASI AND STEFANIA CARROZZINI - The light result Could this be a proper definition to circumscribe the concept of art? Can we understand art as an essence, a product of matter which, raising above itself, manages to balance its gravitational weight? It’s no possible nor desiderable to get totally estranged. The tie, even if sometimes thin, is a necessary constant. And there is Art as a metaphysical result, therefore light. Ideas and thoughts springing from material reality’s folds, accomplish their parallel evolutive course and at last return to matter as recomposed in unheard configurations. FULVIO TOMASI Aesthetics, generally prefers to be concerne with the beautiful, the high, the attractive. That means with the pleasant moods instead of the opposite. Fulvio Tomasi, etcher artist, takes on both sides of the question, precisely trying to match beauty with this so-called opposite moods. His work are distinguished by a Bright, Dreamy imagination, which immediately catches upon the spectator’s eye. It is a world crossed by the “perturbing”, a world that upsets us because communication sets itself between what has been removed. But mean while well known. Fulvio Tomasi has taken possession during his quest of a narrative stream full of realism and fantasy, where dream and fright are common, a dream covered by hightmare, where the unconscious language plays the game. There is always something happening in Fulvio Tomasi’s pictures; fairy-tales and legends where he draws the hint from are a mere excuse to get acquainted with the hidden sides of our existence. In this visionary projections suggested by the unconscious that uses images to determinate its own language, there is above all the strange character’s glance to be most expressive in the artist’s work. His etching are filled with eyes: everyone watches everyone and again, everyone is watched, as in a subtle mirror game, in an attitude of wonder, between nightmare and astonishment. Here appears in the sky the grimace of a feline being, caught between animal and man, crossing and tearing the night. Here bulimic and wide-opened mouths, full of mistery and, again glances so near to invert the rules of an acceptable distance. Fulvio Tomasi’s rappresentative universe makes reference to fear so deep and primordial, a fear “inside”, emerging thanks to the ability of translating it into image, of making it understandable to himself and to others. In a seemingly endless night, it is always through our eyes that we can perceive that something has happened, an existential trace speaks by hints of an all-time talking reason, and here lies his strength, with the irrational background. STEFANIA CARROZZINI - MILAN, NOVEMBER 24th, 1997
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IN SOSPESO

ASSOCIAZIONE CULTURALE CABOCLO, PRATO, 1998
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IL MACCHINISTA

SALA COMUNALE D'ARTE GIUSEPPE NEGRISIN, MUGGIA (TS), 1997 - TESTO DI FULVIO TOMASI - Credo che realtà e fantasia siano due cose strettamente dipendenti e che l’una crei l’altra in un continuo gioco di rimandi. Penso che la tensione fra queste due forze sia tra le risultanti determinanti all’essere dell’attimo presente. Ed ecco che l’arte costituisce un mezzo ideale per fermare un qualcosa in bilico tra fantasia e realtà. Ogni opera, grande o piccola che sia, rappresenta un gradino nella ricerca di un qualcosa per sua natura sfuggevole, in una sorta di “work in progress” che dura tutta la vita. Inizialmente, per gran parte dei miei lavori ho avuto come punto di riferimento leggende e figure fantastiche facenti capo a tradizioni popolari delle terre che mi circondano. E’ questo linguaggio “fantastico” il filo conduttore che unisce la mia prima produzione a quella attuale. Un linguaggio, secondo me, che concede il “parlare” di cose importanti senza essere “importante”, di cose delicate senza essere “pesante”, della tragedia senza essere “tragico”. Un linguaggio che rispetta la molteplicità dell’arte e le sue funzioni primarie: la scomposizione, la sublimazione e la ricomposizione del vissuto; la ricerca e il godimento dell’estetica: l’identificazione attraverso più piani di lettura comunque accessibili; l’essere un’opera d’arte allo stesso tempo e sotto più aspetti punto di arrivo e di partenza; la ricerca e il mantenimento del mistero. FULVIO TOMASI
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ESSERI STRANI

SALA COMUNALE ANTICHE MURA, MONFALCONE (GO), 1997 - TESTO DI SIMONETTA PANCIERA - Interessante e peculiare la proposta artistica di Tomasi: innanzitutto per la scelta della tecnica, l’incisione “per le soluzioni visive che offre in un mix fra tecniche di esecuzione, linguaggio e soggetti”. In secondo luogo il filo conduttore che lega tutta l’esposizione: una fiaba fantastica popolata da strani personaggi, da figure che presentano tratti umani ed aspetti animaleschi, volti espressivi e ghigni satanici, chiome che si ramificano dando vita a paesaggi surreali. Ci si domanda quale possa essere l’origine di tale narrazione, perché di narrazione si tratta, essendo ogni opera collegata strettamente alle altre in una sorta di libro aperto, fantastico e fantasmagorico. L’origine forse non la si può trovare trattandosi di leggende che, come spesso accade in questi casi, sono state tramandate oralmente attraverso generazioni, nelle quali vive una tradizione nata sviluppatasi nelle regioni di cultura friulana e slava; fiabe popolate da personaggi della storia e di un mondo popolare, folletti e stregoni, principesse e fate, re, regine e gnomi in un fantastico viaggio, a scoprire quali forze, al di là dell’umano, possano catturare e far propri i sentimenti. Simonetta Panciera (tratto da il “Corriere dell’arte” – sabato 26 aprile 1997) Interessante e peculiare la proposta artistica di Tomasi: innanzitutto per la scelta della tecnica, l’incisione “per le soluzioni visive che offre in un mix fra tecniche di esecuzione, linguaggio e soggetti”. In secondo luogo il filo conduttore che lega tutta l’esposizione: una fiaba fantastica popolata da strani personaggi, da figure che presentano tratti umani ed aspetti animaleschi, volti espressivi e ghigni satanici, chiome che si ramificano dando vita a paesaggi surreali. Ci si domanda quale possa essere l’origine di tale narrazione, perché di narrazione si tratta, essendo ogni opera collegata strettamente alle altre in una sorta di libro aperto, fantastico e fantasmagorico. L’origine forse non la si può trovare trattandosi di leggende che, come spesso accade in questi casi, sono state tramandate oralmente attraverso generazioni, nelle quali vive una tradizione nata sviluppatasi nelle regioni di cultura friulana e slava; fiabe popolate da personaggi della storia e di un mondo popolare, folletti e stregoni, principesse e fate, re, regine e gnomi in un fantastico viaggio, a scoprire quali forze, al di là dell’umano, possano catturare e far propri i sentimenti. SIMONETTA PANCIERA (TRATTO DA IL "CORRIERE DELL'ARTE" – SABATO 26 APRILE 1997)
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INCISIONI FANTASTICHE 1992 - 1996

LIBRERIA IN DER TAT, TRIESTE, 1996